Cetacei in un mare di plastica...

I danni della plastica in mare sono ormai da tempo un argomento dibattuto, reso però maggiormente evidente da alcuni fenomeni recenti registrati in tutti gli oceani e anche nei nostri mari.

Ormai è noto parlare di sesto continente, di spiagge sommerse di rifiuti e di organismi marini che convivono disperatamente con questo tanto innovativo, quanto inquinante materiale.

In particolare quest’anno sono risaltati dai media alcuni tristi eventi che correlano numerosi spiaggiamenti di cetacei, specialmente balene e capodogli, alla plastica. Certamente è ancora da confermare che la plastica sia stata la causa o la concausa della loro morte, ma di sicuro sottolinea questo grave problema emergente.

LA PLASTICA IN NUMERI

A partire dagli anni ’50 sono state prodotte 8,3 miliardi di tonnellate di plastica, e secondo i dati diffusi da Greenpeace, solo il 9% di tutta la plastica prodotta a livello mondiale è stata correttamente riciclata, mentre il 12% è stata bruciata negli inceneritori e il 79% è finita delle discariche o nell’ambiente. Dalle analisi condotte dal CNR nel 2017, emerse che il 25-30% di organismi marini, tra cui specie destinate al consumo umano, avevano ingerito microplastiche. Ricerche recenti hanno individuato livelli di concentrazione di microplastiche di 10.000 grammi per chilometro quadrato in alcune zone del Tirreno.

E’ ormai accertato che la plastica impatta almeno 700 specie marine tra cui uccelli, tartarughe, balene e delfini. Perfino nella Fossa delle Marianne (circa 11 km di profondità) è stato trovato un sacchetto di plastica e sono stati analizzati dei crostacei contenenti plastica.

 

CETACEI NEL MEDITERRANEO

Nel Mediterraneo sono presenti otto specie di cetacei considerati “residenti”, in particolare concentrate nel Mar Tirreno centrale. Tra loro delfini, come tursiopi e stenelle, ma anche campioni di immersione come zifi e capodogli, e il secondo animale più grande al mondo: la balenottera comune, che può raggiungere i 23 metri di lunghezza.

SPIAGGIAMENTI IN ITALIA

I ricercatori dell’Università di Padova affermano che in Italia spiaggiano in media 150-160 cetacei l’anno, e per il 30% dei soggetti le cause di morte sono legate ad attività umane, in primis traffico marittimo e pesca. 

Sono però in aumento le evidenze di contaminazione da plastica e negli ultimi 10 anni, in circa il 33% dei capodogli spiaggiati sono stati rinvenuti rifiuti di plastica nello stomaco.

LA PLASTICA E I CETACEI

Sia la superficie che il fondo del mare sono contaminati da plastica. Studi recenti hanno permesso di evidenziare che la plastica galleggiante è presente ovunque e rappresenta un rischio reale per diverse specie marine. Se ingerita, può minacciare la vita dei cetacei in quanto si tratta di un corpo estraneo che può provocare costipazione, rendere difficile l’ingestione di cibo, trasportare e rilasciare sostanze chimiche e agenti patogeni. In alcuni casi, i rifiuti derivanti dalle attività di pesca possono letteralmente strozzare questi animali o ridurre le capacità natatorie e di immersione, attorcigliandosi intorno alle estremità.

SPIAGGIAMENTI NEL 2019

Dall’inizio del 2019 sono arrivati a 10 il numero di capodogli ritrovati morti, superando la media annuale che è di circa 2-3 esemplari l’anno. La maggior parte di questi, è stata ritrovata morta con lo stomaco pieno di plastica. Gli animali più sensibili all’ingestione di rifiuti sono esemplari giovani, spesso denutriti che scambiano la plastica per prede e animali in grado di immergersi a grandi profondità come grampi, zifi e capodogli.

Emblematico il caso della femmina di capodoglio gravida spiaggiata a fine marzo a Porto Cervo con 22 Kg di plastica nello stomaco.

Come già premesso, deve ancora essere confermato che la plastica sia la causa o la concausa di questi spiaggiamenti ma è chiaro che sono necessari studi di approfondimento in merito.

PROGETTO “PLASTIC BUSTER”

Il Santuario Pelagos è l’area marina protetta per i mammiferi marini che comprende il triangolo tra la Toscana, la Sardegna e la Francia ed è considerata la più importante per la vita di tanti cetacei ma altamente impattata dai rifiuti e in particolare dalle plastiche e microplastiche.

I ricercatori dell’Università di Siena sono impegnati in un progetto chiamato “Plastic Buster”, grazie al quale procederanno con dei campionamenti con una tecnica di biopsia non invasiva che permetterà di analizzare pelle e grasso sottocutaneo di questi animali analizzandone le sostanze contenute.

 

In questo modo si potrà capire come le sostanze rilasciate dalla plastica possano interferire sul sistema immunitario di questi animali.

Autrice dell’articolo: Sandra Capitanio

Fonti e immagini: ansa.it, nationalgeographic.it, adkronos.it, repubblica.it, ecowiki.it, slowfood.it

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